Riflessi oro e rubino

Gualdo Tadino detiene il primato della produzione ceramica umbra, insieme a Deruta.

Nel territorio gualdese la lavorazione della terracotta fu favorita sin dall’antichità dalle ricche cave d’argilla presenti nella località Matalotta, cui va aggiunta la grande estensione dei boschi e l'abbondanza di legname utile per la sua cottura.

Testimonianza di questa antica vocazione sono i recenti ritrovamenti di antiche fornaci adibite alla cottura della ceramica, la prima nelle vicinanze della frazione Rasina ove sorgeva il municipio romano di Tadinum e la seconda sul colle dei Mori, dove si trova l'unico sito fino ad oggi scavato dalla Soprintendenza su cui insiste un abitato arcaico di epoca umbra.

Già nel Trecento i ceramisti gualdesi esportavano i loro prodotti in fiere e mercati, come risulta da documenti provenienti da archivi di centri limitrofi.

Nel Cinquecento inizia a fiorire a Gualdo Tadino la pratica della maiolica a lustro, documentata da alcune formelle impreziosite di rosso rubino presenti sulla facciata del santuario della Madonna del Piano.

Sempre nel Cinquecento e nel secolo successivo, compaiono le prime dinastie di ceramisti locali, come i Pignani e i Biagioli, ai quali si deve l’affermarsi di una  produzione di pregio e su larga scala. In particolare, va ricordata l’attività di Antonio e Lorenzo Pignani, autori di maioliche decorate con il “colore dorato”, il secondo dei quali, nel 1673,  ottiene da papa Clemente X la privativa per apporre l'oro sui suoi manufatti.

Il Settecento è definito il secolo della “ceramica bianca”, mentre l’Ottocento vede ampliarsi il numero di botteghe e di opifici ove si producono terre colorate facenti capo, tra gli altri, ai Sergiacomi. È in questo contesto che Gualdo Tadino diffonderà il proprio nome nel mondo, grazie alla riscoperta della tecnica a lustri metallici operata del pesarese Paolo Rubboli (1838-1890).

Prenderà così avvio una produzione e una scuola che proseguirà nel Novecento grazie al prof. Alfredo Santarelli (1874-1945) e agli eredi dello stesso Rubboli, quali la moglie Daria e i figli Lorenzo e Alberto. Ad essi si affiancheranno molti altri valenti ceramisti locali, protagonisti di un vero e proprio revival mastrogiorgesco. Tra i tanti artisti ed artigiani e tra le tante aziende si ricordano Tancredi Fedi, la Cooperativa Ceramisti, la Società Ceramica Luca della Robbia, la Società Ceramica Mastro Giorgio, i Pascucci e la Icap, la Vincenzina ed altri.

L’antica tecnica del lustro è una decorazione ottenuta attraverso l'applicazione di un impasto di sali metallici e argilla diluito con aceto di vino, che sottoposta a una speciale cottura, produce effetti cromatici iridescenti, di colore giallo oro, rosso rubino, argento. Di origine mediorientale, il lustro ebbe grande diffusione nell'arte ceramica araba, giungendo in Italia verso la metà del Quattrocento. Il lustro si applica a pennello sulle superfici di oggetti già finiti, smaltati e cotti, di solito negli spazi appositamente lasciati dal pittore al momento della decorazione. Così preparati, i manufatti vengono infornati e cotti per la terza volta. La cottura a bassa temperatura (circa 600° C), ottenuta bruciando nell’antico forno detto muffola legni e sostanze particolarmente fumogeni, come le ginestre o lo zucchero, produce un’atmosfera riducente che impedisce l'ossidazione dei metalli generando gli speciali effetti di colorazione e rifrazione che contraddistinguono il lustro. Dopo la cottura e al termine di un lento processo di raffreddamento, l’oggetto viene ripulito, asportando i residui dell'impasto e di fumo rimasti in superficie e lasciando emergere i preziosi riverberi e le cangianti iridescenze dell' oro e del rubino.

Il quadro odierno della ceramica gualdese presenta caratteri principalmente industriali, con una rilevante produzione di piastrelle per pavimentazioni e rivestimenti e una vetrina di laboratori artigianali dedicati alla ceramica a lustro, frutto di un glorioso patrimonio culturale della città.